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unnecessary words from my inside

Archive for the ‘cultura’ tag

La cultura del consenso

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A me non me ne frega nulla, forse dovrei scrivere che non me ne frega nulla ed aggiungerci un purtroppo, visto che nel breve futuro c’è un mutuo e non un altro giocattolo elettronico che forse mi piacerebbe avere.

Comunque, è uscito finalmente l’iPad e in rete si sono tutti scatenati. Leggo che c’è chi l’adora, senza averlo nemmeno visto dal vivo, e chi lo denigra, sempre senza averlo visto dal vivo.

Entrambe posizioni accettabili, per carità: mica devo essere stato sulla luna per dire che l’uomo è andato sulla luna, lo so bene pure io che son scemo.

Però c’è una cosa che mi ha colpito in molte posizioni a favore: la tesi è che anche ai tempi dell’uscita dell’iPhone ci fu questa accoglienza dicotomica eppure di iPhone Apple ne ha venduti una paccata.

Ecco, a me questa tesi pare un po’ figlia di questi tempi berlusconiani: cioè, mi han votato/comprato milioni di miliardi, mica posso far cagare, no? E quindi accoglietemi a braccia aperte, e gli urli che sian di piacere, mentre vi inculo!

Written by effemmeffe

February 1st, 2010 at 12:10 pm

Posted in tech

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Aggiungo la mia riga

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Sono stato un ascoltatore assiduo di Radio 2 per molti anni, ho adorato Caterpillar, al punto di partecipare ad alcuni cater-raduni in giro per l’Italia, ho ascoltato Radio 2 in varie fasce della giornata, al mattino andando al lavoro, alla sera rientrando a casa, mentre preparavo la cena, mentre la mangiavo, mentre la digerivo.

Impazzivo per il Dispenser di Bordone e continuo ad ascoltarlo con gusto dopo il cambio di conduzione.

Adoravo Alle otto della sera, una trasmissione intelligente che portava cultura nelle case, il venerdì sera che esco mezz’ora prima dall’ufficio potevo sentire la fine della bella e stimolante Condor con Sofri e ancora Bordone, Gli spostati mi facevano compagnia quei rari pomeriggi in cui non ero in ufficio.

Ora il nuovo direttore Mucciante ha deciso che la programmazione non era abbastanza “Italia. Uno!” e l’ha cambiata.

Mi sono imposto di provare ad ascoltarla, ormai è passato qualche giorno e ho avuto l’occasione di rendermi conto che Radio 2 non è più una radio che fa per me, Traffic è un programma condotto da due ignoranti che non hanno idea di cosa sia la radio, scritto per deficienti e pieno di gergo ggiovane da idioti; il nuovo “reality alla radio”, Donne che parlano, è quantomeno imbarazzante, lo spostamento de Gli spostati al mattino presto ha praticamente tagliato le gambe al programma che non è adatto.

Ho cercato la frequenza di Radio 3 a Torino visto che ne ho sentito paralre bene e proverò ad ascoltare quella al mattino e passo a Radio Deejay dove Nikki con Tropical pizza e La Pina e Diego con Pinocchio sono buone trasmissioni per il rientro in macchina.

Alla sera vedrò cosa propone Radio 3 dopo l’ascolto di Zapping su Radio 1 e mi sto attrezzando per scaricare tutte le puntate di alle otto della sera, al limite riascolterò quelle.

Nel frattempo non posso fare a meno di dispiacermi sempre più per questo continuo degradare verso una schifosa occupazione dei media che tende ad abbassare il livello intellettivo della massa.

Wired Italia

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Wired era fino a poco tempo fa, un magazine americano che trattava di cultura digitale e nell’immaginario comune è sempre stata un po’ la bibbia della net generation. Ora, da questa settimana, è uscita anche la versione italiana.

Chiaramente il buzz in rete è stato molto elevato, vuoi mettere, Wired finalmente accessibile anche alle genti italiche, un attesa enorme.

Io l’ho comprata e dico subito che, mmm, mi sa che non prenderò il secondo numero.

Leggo in rete che molti si stanno scontrando con la cartaceità della rivista, abiuati come siamo ormai a leggere tutto in digitale sullo schermo del computer. Da divoratore di fumetti non ho questo problema, anzi, preferisco da sempre leggere una rivista piuttosto che un blog, il mio giudizio negativo deriva dal fatto che in una rivista di oltre 200 pagine ho trovato troppa pubblicità e tra tutti gli articoli quelli che reputo interessanti si contano sulle dita di una mano.

La maggiorparte di ciò che ho trovato sul primo numero la conoscevo già o la posso trovare facilmente sul web, senza la necessità di spendere quattro euro.

Written by effemmeffe

February 24th, 2009 at 12:14 pm

Para

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No, non nel senso di paranoia.
Anzi, proprio l’opposto.
Mi riferisco al movimento nato da un po’ a Torino che si propone di trovare ed allestire spazi per artisti emergenti o del tutto sconosciuti.
L’idea è che gli spazi non debbano essere per forza quelli istituzionali delle gallerie o delle aree espositive, ma possano essere ovunque e in qualsiasi stato e che i tempi possano essere molto brevi, tutto si conclude nell’arco di una giornata.
Ieri ad esempio l’evento era in piazza Carlo Felice in uno studio di architettura in fase di ristrutturazione. Spazi ancora vuoti da occupare, con l’inventiva che deve lavorare a pieno regime: non si possono piantare chiodi nei muri, c’è a chi tocca lo spazio del bagno, ognuno si industria per far rendere al meglio le proprie opere.
Ieri ero là, c’erano le mie foto e mettevo dischi e durante una pausa sigaretta ho sentito un discorso che mi ha colpito: due ragazzi sostenevano che l’arte e soprattuto gli artisti sono radical-chic.
I due continuavano con la considerazione che, alla richiesta di guardare un’opera, non possedessero gli strumenti per valutarla e dire se fosse buona o no.

Ora, non so se fosse una valutazione generale o si riferisse in particolare agli artisti presenti all’evento di ieri sera, ma in entrambi i casi mi sento di dissentire fortemente.
Ieri sera, forse, c’erano artisti radical-chic, non lo so, non li conoscevo prima e ne ho conosciuti solo un paio.
Ma io ad esempio non mi riconosco per nulla in quella definizione. (Se per quello non mi riconosco nemmeno in quella di artista, ma vabbè…)
E anche quel paio che ho conosciuto mi son sembrati molto alla buona e sinceramente contenti di poter esprimere quello che è il loro sforzo creativo, senza particolari aspettative o paura di essere giudicati.
Para mi è sembrata una bella iniziativa anche perché è un ambiente informale, nulla è chiesto per partecipare e nulla è dato in cambio, se non l’opportunità. E dallo scambio di questi nulla apparenti nasce una situazione che è dinamica, ma soprattutto mi ha dato la sensazione di essere libera. Libera proprio di quelle sovrastrutture che i due chiamavano radical-chic.
Certo, l’ambiente tenta di essere raffinato, perché chi organizza evidentemente tenta di esserlo, ma non trovo che ciò sia una cosa da criticare, almeno fino a quando non diventa un’esposizione sterile di forma e si limita ad essere un contorno dove inserire naturalezza. E sarei io il primo a chiamarmi fuori in un caso del genere.
Spero vivamente che Para funzioni sempre di più, perché se riuscirà a mantenere la freschezza e la semplicità che ho visto, sarà una bella occasione per rendere Torino una città piu’ simile a quello che è l’immaginario comune delle città europee quali Londra, Berlino o Barcellona.
Inoltre Para può contribuire ad avvicinare la gente ad arte forse meno importante rispetto alle mostre ufficiali, ma magari più facili da fruire, anche puntando alla riduzione tra ‘pubblico’ ed ‘artista’.
Così magari i nostri due amici potranno conoscere gli strumenti per godere di più di quello che vedono.

Written by effemmeffe

July 6th, 2006 at 3:06 pm