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Hospital Sao Juliao@Campo Grande, Mato Grosso do Sul – Brasil
E.R.
Giorni tutti uguali.
Sveglia alle sei, sei e mezza.
Colazione nella sala comune con caffè amaro, pane burro e marmellata.
Poi via con il lavoro.
Giro per i vari padiglioni ad attaccare (ma ora a staccare nuovamente, maledetta colla che non tiene) le etichette per l’inventario.
A mezzogiorno suona la campanella.
Ci si trova tutti assieme per la preghiera comune che precede il pranzo.
Tutti si servono dal tavolone centrale e poi si siedono a mangiare.
A turno si sparecchia e si lavano le stoviglie.
Caffè e sigaretta.
Mi sdraio mezz’ora sul letto.
Si ricomincia fino alle quattro.
Libero fino alle sette, doccia, letto, un paio di foto se capita.
Qualche sigaretta.
Non leggo perché voglio conservare i due libri che ho portato per quando sarò solo.
Si ripete la cerimonia del pranzo con campanella, preghiera, padre nostro, cena, caffè e sigaretta.
Un po’ di chiacchiere e alle nove, nove e mezza, a volte alle dieci a dormire.
Eccezioni: un pre-cena a bere una birra nel barrio, una sera a vedere una partita di basket tra la squadra dei volontari di qui e quella del centro Don Bosco di Campo Grande, la sbronza del fine settimana scorso, la festa di fine corso dei bambini, una notte da ricordare con un grande sorriso, la gara di judo di Giovanni, Emilio ed Elisa, la mattinata al centro Lampare con i bambini che mi insegnavano a far volare i loro aquiloni (non sarò mai bravo come loro…), ieri sera la preghiera serale e poi i canti, la mattina di oggi: dovevo staccare tutte le etichette dal centro chirurgico e questa mattina le sale operatorie erano libere, così mi hanno fatto vestire come un medico con abiti sterili, scarpette di stoffa sopra i sandali, cappello da chirurgo e mascherina sterile e ho girato per chirurgia alla caccia delle etichette attaccate nei giorni scorsi da Joaquim e Ana.
Mi sono sentito molto dottor Benton.
Sono qui da ormai sette giorni e sto iniziando adesso a decifrare la cantilena che tutti usano quando mi parlano e che a quanto pare è portoghese.
E inizio anche a farmi capire un pochino, con un misto d’italiano, spagnolo maccheronico e quelle tre parole di portoghese storpie che mi ricordo.
Però sto prendendo anche un pò il loro ritmo, con praticamente tutte le parole accentate sulla penultima sillaba e con la cadenza che ricorda molto il genovese.
Nei programmi sarei dovuto partire stasera, ma il ritardo nel lavoro e un’altra cosa han fatto sì che me ne vada sabato. Sempre se i programmi non cambieranno ancora.
Com’è che dice?
Improvvisazione, è divertente.
Perché invece io sento sempre di dovermi assumere responsabilità anche quando forse non ce ne sarebbe bisogno?
E perché le cose (belle, neh?, per carità) accadono sempre così ammucchiate e mai in un modo che io le possa gestire e godere disfrutar completamente?
Bah.
L’odore del viaggio
A parte le incomprensioni linguistiche che non sono ancora riuscito a lasciare alle spalle (puta mierda se parlano difficile qui!), il viaggio sta migliorando di giorno in giorno.
Guarda caso il clou c’è stato sabato sera e guarda caso è stato facilitato da fiumi di cerveja e di caipiroska.
Anche a Campo Grande c’è il giancarlo della situazione…
(Ah. lasciando andare i freni inibitori si rischia di fare incontri che segnano. Per fortuna spesso in modo positivo…)
Prima impressione (e notizie a casa)
Qui è davvero bello.
E’ inverno, ma durante il giorno ci sono 23/25 gradi, solo di notte fa freddino e scende sui 7/10 gradi, ma basta coprirsi.
Chiaramente l’uomo duro qui s’è sparato una bella crisi d’ansia per inaugurare il proprio rapporto col nuovo paese.
Poi però ho visto i bambini.
Soltanto visti, per adesso, spero di averci a che fare prima o poi, ché magari due calci al pallone con loro li darei volentieri…
Ah, se qualcuno che mi conosce mi legge, dica ai miei che sto bene, visto che non so come chiamarli a breve, grazie.
