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Le cose facili
Alla fine, una delle passate notti, mentre la mente vaga leggera in attesa del sonno e tu non devi che lasciarti andare andare andare, ho avuto l’illuminazione.
Ché di solito queste epifanie sono sempre delle puttanate al risveglio, sempre che poi uno se le ricordi, ma in questo caso no.
Ora so cosa voglio fare e anche un po’ come voglio farlo.
Non sono sicuro che sia la cosa giusta e nemmeno che saprò farlo, ma mi sembra che tutto sia più chiaro.
Che poi alla fine lo sapevo già da prima, me l’ha detto un’amica prima di partire: lasciar perdere le razionalizzazioni e vivere sull’onda dell’improvvisazione che è più divertente.
Così tenterò di fare e vediamo che accade…
Fino ad ora, qui dove sono stato nell’ultimo mese, le volte che l’ho fatto è sempre andata in un modo strepitoso.
Saprò dire nel futuro se funziona anche a casa.
Gl’intelligenti non bloggano in vacanza, però…
Però gl’intelligenti nemmeno se la gufano, solitamente…
Ieri commento il blog di un’amica e oggi mi sono svegliato e Rio è sotto una pioggerellina che nemmeno Londra.
Vabbé, vuol dire che così trovo il tempo per dire che il Pao de Açucar è bello, ma che l’idea di Manuela di salire a piedi fino alla prima fermata della teleferica l’ho presa un po’ troppo alla leggera ché ormai non c’ho più vent’anni e non faccio nulla tutto l’anno e quindi 40 minuti di salita nel bosco un pochino m’hanno segnato.
Ipanema è proprio come ci si aspetta che sia, anche se forse vedere un po’ di culi brasiliani mi sarebbe piaciuto, ma siamo arrivati troppo tardi per quello e anche per fare il bagno (cosa che avrei fatto oggi, se il Cristo redentore non avesse buttato giù questa merda di giornata! E dire che dovevamo pure andare a vederlo…).
E poi consideravo che non c’è nulla da fare: i simili s’attraggono: sennò come spiegare che a Campo Grande sono finito ad ubriacarmi nel Giancarlo locale e qui a Rio son due sere che lo facciamo nel Caffè Rossini di Rio, il Bar do Mineiro in Santa Teresa?
Ora m’aspetto di trovare l’imbarchino di Salvador e poi posso tornare tranquillo a Torino sapendo che todo o mundo è paese…
E.R.
Giorni tutti uguali.
Sveglia alle sei, sei e mezza.
Colazione nella sala comune con caffè amaro, pane burro e marmellata.
Poi via con il lavoro.
Giro per i vari padiglioni ad attaccare (ma ora a staccare nuovamente, maledetta colla che non tiene) le etichette per l’inventario.
A mezzogiorno suona la campanella.
Ci si trova tutti assieme per la preghiera comune che precede il pranzo.
Tutti si servono dal tavolone centrale e poi si siedono a mangiare.
A turno si sparecchia e si lavano le stoviglie.
Caffè e sigaretta.
Mi sdraio mezz’ora sul letto.
Si ricomincia fino alle quattro.
Libero fino alle sette, doccia, letto, un paio di foto se capita.
Qualche sigaretta.
Non leggo perché voglio conservare i due libri che ho portato per quando sarò solo.
Si ripete la cerimonia del pranzo con campanella, preghiera, padre nostro, cena, caffè e sigaretta.
Un po’ di chiacchiere e alle nove, nove e mezza, a volte alle dieci a dormire.
Eccezioni: un pre-cena a bere una birra nel barrio, una sera a vedere una partita di basket tra la squadra dei volontari di qui e quella del centro Don Bosco di Campo Grande, la sbronza del fine settimana scorso, la festa di fine corso dei bambini, una notte da ricordare con un grande sorriso, la gara di judo di Giovanni, Emilio ed Elisa, la mattinata al centro Lampare con i bambini che mi insegnavano a far volare i loro aquiloni (non sarò mai bravo come loro…), ieri sera la preghiera serale e poi i canti, la mattina di oggi: dovevo staccare tutte le etichette dal centro chirurgico e questa mattina le sale operatorie erano libere, così mi hanno fatto vestire come un medico con abiti sterili, scarpette di stoffa sopra i sandali, cappello da chirurgo e mascherina sterile e ho girato per chirurgia alla caccia delle etichette attaccate nei giorni scorsi da Joaquim e Ana.
Mi sono sentito molto dottor Benton.
Sono qui da ormai sette giorni e sto iniziando adesso a decifrare la cantilena che tutti usano quando mi parlano e che a quanto pare è portoghese.
E inizio anche a farmi capire un pochino, con un misto d’italiano, spagnolo maccheronico e quelle tre parole di portoghese storpie che mi ricordo.
Però sto prendendo anche un pò il loro ritmo, con praticamente tutte le parole accentate sulla penultima sillaba e con la cadenza che ricorda molto il genovese.
Nei programmi sarei dovuto partire stasera, ma il ritardo nel lavoro e un’altra cosa han fatto sì che me ne vada sabato. Sempre se i programmi non cambieranno ancora.
Com’è che dice?
Improvvisazione, è divertente.
Perché invece io sento sempre di dovermi assumere responsabilità anche quando forse non ce ne sarebbe bisogno?
E perché le cose (belle, neh?, per carità) accadono sempre così ammucchiate e mai in un modo che io le possa gestire e godere disfrutar completamente?
Bah.
L’odore del viaggio
A parte le incomprensioni linguistiche che non sono ancora riuscito a lasciare alle spalle (puta mierda se parlano difficile qui!), il viaggio sta migliorando di giorno in giorno.
Guarda caso il clou c’è stato sabato sera e guarda caso è stato facilitato da fiumi di cerveja e di caipiroska.
Anche a Campo Grande c’è il giancarlo della situazione…
(Ah. lasciando andare i freni inibitori si rischia di fare incontri che segnano. Per fortuna spesso in modo positivo…)