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Squallido post che approfitta della blogfest per tentare di far aumentare gli accessi a none of the above
A volte le cose giuste avvengono prendendo direzioni che a prima vista sembrerebbero sghembe.
Lo scorso finesettimana un gruppo di gente che ha un blog si è appena ritrovata alla BlogFest 2008 e lì sono stati assegnati dei premi che la stesa blogosfera assegna ad alcuni blog, in un tripudio di autoreferenzialità.
Lasciando da parte ogni considerazione sull’idea del premio, che alla fine sarebbe semplicemente da prendere come un divertissement, quello che è successo è che lapupac’hasonno1 ha vinto il premio per il miglior photoblog, pur se nella nomination era indicato un blog che non è più aggiornato e che non conteneva foto. Perché evidentemente le sta succedendo qualcosa di simile alla nutella, che ha perso la maiuscola passando da marchio a nome comune: lapupa ha un account su flickr dove mette le sue (splendide) foto e probabilmente la gente sta iniziando ad associare le parole lapupa e foto e quindi vota qualsiasi cosa le contenga nella stessa frase.
E questo è una di quelle cose che un mago dei superpoteri dovrebbe far accadere se non succedesse già sola.
Brava.
- che non conosco, ma è una delle blogger che leggo a cui più vorrei dire semplicemente ciao dal vivo prima o poi [↩]
blog e rete
In un pezzo di Granieri leggo una disamina dei contenuti della rete.
Vorrei esprimere il mio accordo alle tesi esposte, in particolare al periodo finale:
“[...]dovremmo essere in grado noi per primi di capire che ciascuno parla come ritiene e che le sue idee troveranno il consenso che naturalmente meritano. Se a qualcuno piacciono, avranno link e visiilità. Se non piacciono a nessuno, evidentemente, no. Eppure, noi stessi, dentro la Rete, fatichiamo a considerare la popolarità delle idee popolari come un fatto di sistema. Così come siamo ancora troppo disponibili a meravigliarci che esistano cose che non ci piacciono e che sono popolari. Se sono popolari, è perchè a qualcuno piacciono. E questo qualcuno ha il diritto di avere i suoi gusti. Tracciare una mappa delle idee popolari è come tracciare una mappa della cultura che tra tutti esprimiamo. Può essere interessante ragionarci, osservare, discutere. Ma sicuramente non censurare.
Questa delle idee che si misurano liberamente con il pubblico (e trovano il “loro” consenso) è la cosa più democratica che mi venga in mente. E’ una richezza di cui, una volta tanto, noi siamo portatori e custodi. L’uso che ne faremo, determinerà il risultato.”
A maggior ragione dopo aver letto l’obiezione di Storielaterali:
“Cosa succederebbe se all’improvviso un virus impazzito rimescolasse tutti i titoli e tutti i domini dei milioni di blog esistenti in rete? La popolarità dei soli contenuti del dopo virus sarebbe coerente con la popolarità dei contenitori che li ospitavano prima? O non è piuttosto vero che nella costruzione della popolarità di un mezzo di comunicazione online esiste – come in qualsiasi altro settore – una variabile pesantissima che si chiama brand, che non viene costruita soltanto con l’immissione del proprio pensiero/prodotto sul mercato, ma anche con una giusta attenzione al contesto e ai mille fattori laterali che hanno a che fare solo tangenzialmente con il prodotto in questione? Io penso di sì, e secondo me sarebbe opportuno riconoscerlo proprio ad integrazione delle considerazioni di Granieri.”
Io credo che il riconoscere popolarità al contenitore sia solo il primo passo di avvicinamento ai contenuti: è chiaro che un lettore occasionale di blog si orienterà più facilmente su quelli delle net-persone che conosce, ma credo modificherà facilmente le proprie abitudini di lettura man mano che scoprirà contenuti più interessanti. E in questo sta la grossa libertà che la rete fornisce: un click su un link ed è facile appassionarsi ad una nuova fonte e dimenticare piano piano quella di provenienza che non regge il confronto.
Non sono d’accordo nemmeno con la successiva affermazione “in Rete il prodotto è la persona”: in rete il prodotto è l’autorevolezza delle persone. Autorevolezza che si conquista in svariati modi, uno dei quali per i blogger è la capacità dimostrata nel fornire contenuti.
Nel mondo dell’open source che bazzico ogni tanto, ad esempio, l’autorevolezza si conquista con il fare: in How To Become A Hacker Eric S. Raymond scrive:
“Specifically, hackerdom is what anthropologists call a gift culture. You gain status and reputation in it not by dominating other people, nor by being beautiful, nor by having things other people want, but rather by giving things away. Specifically, by giving away your time, your creativity, and the results of your skill.”
Benchè combattuto da milioni di novellini, questo è vero da sempre in rete e vivendo un po’ realtà più antiche rispetto ai blog non si può fare a meno di notarlo. E di notare come anche nella blogsfera stia accadendo qualcosa del genere: lo si può facilmente scambiare per il solito giro ristretto di blog-star, ma in realtà e’ soltanto la società della rete che si adatta a questa nuova forma di comunicazione.